…e altri problemi irrisolvibili.


7–10 minuti

Stuck in the Middle

Stuck in the Middle

Il capitalismo cognitivo e l’estrazione sistematica del plusvalore intellettuale: perché agenzie e professionisti stanno affogando nella zona morta.


L’alienazione del professionista, da stratega a operaio del “fermento” digitale.

Il primo successo del Capitalismo Cognitivo è stato una sottile operazione di ingegneria sociale: convincere i professionisti senior e i titolari di agenzia che la loro seniority non si misuri più sui bilanci dei clienti, ma sulla loro capacità di produrre “fermento”.

Siamo nel mezzo di quello che Giorgio Soffiato definisce correttamente come un settore che “se la sta facendo sotto”, e la reazione a questa paura è l’alienazione totale. Invece di rifugiarsi nel prodotto e nel processo, l’agenzia media e il consulente si trasformano in “unpaid intern” di Microsoft/Meta.

Trascorrono le ore migliori della giornata non a smontare e rimontare i processi aziendali, ma a confezionare post su come “l’AI cambierà tutto”, cercando di vendere l’uso della corrente elettrica come se fosse un vantaggio competitivo. In quel momento avviene l’alienazione: la tua intelligenza viene sottratta alla risoluzione di problemi complessi per essere regalata all’algoritmo. Produci materia prima gratuita (il contenuto) sperando che il sistema ti restituisca una briciola di visibilità che, puntualmente, non si trasforma in lead qualificati.

È il paradosso dello Stuck in the Middle: sei troppo costoso per competere con i “ragazzini dell’AI” che producono fuffa a volumi industriali, ma sei troppo alienato dalla tua vera funzione per essere percepito come un partner strategico. Ti ritrovi ai “cocktail con la pistola” (sempre by cit. Giorgio Soffiato), costretto a fare il gioco delle tre carte per dimostrare che esisti, mentre l’algoritmo estrae il tuo valore e lo dissolve nel rumore di fondo. Il risultato? Un’erosione costante del margine mascherata da “personal branding”. Non stai comunicando la tua seniority, la stai svendendo un post alla volta.

L’Algoritmo come Capufficio; la dittatura del Dwell Time.

In un’azienda sana, il valore del tuo lavoro è stabilito dal mercato: risolvi un problema, generi un profitto, vieni pagato. Nel Capitalismo Cognitivo, questa gerarchia è stata hackerata. Oggi il tuo vero “capufficio” è un pezzo di codice progettato per massimizzare il Dwell Time (il tempo di permanenza sulla piattaforma).

L’algoritmo è un capo ottuso e spietato, non gli interessa se la tua analisi salva un’azienda dal fallimento o se il tuo processo produttivo è il più efficiente del settore, gli interessa solo che l’utente non chiuda l’app.

Qui lo Stuck in the Middle diventa una trappola mortale:

  • Se scrivi un’analisi tecnica profonda, il tuo pubblico potenziale è ristretto e il tempo di lettura è alto. L’algoritmo, non vedendo “micro-interazioni” immediate (like compulsivi), ti punisce con l’invisibilità.
  • Se per compiacere il tuo “capo” inizi a semplificare, a usare i ganci emotivi suggeriti dai guru e a produrre contenuti fast-food, finisci nel calderone della mediocrità.

Il risultato? Ti ritrovi incastrato nel mezzo. Il tuo “capufficio” ti costringe a svendere la tua intelligenza per ottenere una reach che non serve al tuo business, ma serve a Microsoft per vendere spazi pubblicitari. Sei costretto a scegliere tra essere un esperto invisibile o un influencer banale. In entrambi i casi, il sistema vince e tu perdi margine. La qualità del tuo pensiero viene processata da un algoritmo che premia l’ovvietà perché è l’unica cosa che garantisce la permanenza della massa. Stai lavorando per un capo che ti ordina di essere meno bravo per poter essere più visto.

La svalutazione della competenza, il panico silenzioso nell’era generativa.

Se l’alienazione ti ha trasformato in un operaio e l’algoritmo è il tuo capufficio, l’AI è la macchina che ha appena reso superflua la tua mansione. Il panico che si respira nelle agenzie web e tra i consulenti non nasce dal progresso tecnologico, ma dalla consapevolezza di aver costruito castelli di sabbia su una commodity.

Per anni, il mercato ha venduto “attività”: scrivere un articolo SEO, gestire un piano editoriale, creare un layout, scrivere righe di codice standard. Compiti che richiedevano tempo, e quindi venivano fatturati. Oggi, quel tempo è stato azzerato. L’AI ha trasformato il “fare” in un bene a costo marginale nullo.

Qui lo Stuck in the Middle si trasforma in una condanna a morte:

  • Le agenzie “legacy” sono schiacciate da costi fissi enormi (uffici, personale, processi lenti) ma offrono un output che ormai chiunque può generare con un prompt ben scritto.
  • I professionisti senior vedono la loro esperienza di vent’anni equiparata, nel feed di LinkedIn, a un post generato da un bot in 3 secondi.

L’algoritmo, nel suo bisogno di nutrire il dwell time, non distingue tra la competenza rara di chi ha risolto crisi aziendali e la fuffa ben confezionata di un modello linguistico. Al contrario: spesso premia l’AI perché è programmata per essere rassicurante, chiara e banale, esattamente ciò che la massa consuma senza sforzo.

Il risultato è una svalutazione sistematica della competenza. Molte agenzie cercano di nascondere questo panico vendendosi come “AI-First”, ma è un bluff. Stanno solo cercando di ricaricare un margine su una tecnologia che non controllano e che i loro clienti impareranno a usare da soli. Chi è rimasto “nel mezzo” vende ancora ore-uomo in un mondo che compra soluzioni istantanee. Se la tua unica differenza rispetto a un’intelligenza artificiale è che sei “più umano” ma produci la stessa roba, il mercato ti tratterà per quello che sei: un costo inefficiente.

Il “Sandwich” delle aziende. La morte della manifattura nel mezzo.

Se il Capitalismo Cognitivo estrae valore dai bit delle agenzie, compie un vero e proprio esproprio proletario sugli atomi delle aziende di produzione. La PMI o l’azienda di prodotto oggi è schiacciata in un sandwich micidiale che le impedisce di respirare.

Da una parte ci sono i giganti del basso costo: realtà che vincono sulla scala, sul prezzo e sulla logistica. Loro non hanno bisogno di “fare cultura” sui social; vincono perché costano meno. Dall’altra ci sono i Brand Premium: quelli che hanno un’identità così forte da essere diventati icone. Loro non postano per convincerti, postano per confermare il loro status.

In mezzo c’è il deserto. Lo Stuck in the Middle.

L’azienda che sta nel mezzo è quella che fa un ottimo prodotto, ha una storia di competenza, ma si è fatta convincere dai “guru” che per restare competitiva deve diventare una Media Company. Qui avviene l’alienazione più grave: l’imprenditore o il marketing manager, invece di ossessionarsi sul margine, sul miglioramento del prodotto o sull’efficientamento dei processi, passano le giornate a rincorrere l’ultimo trend. Spendono budget in agenzie (anche loro stuck in the middle) per produrre contenuti che l’algoritmo livella verso il basso.

L’azienda finisce per investire il suo asset più prezioso (la conoscenza tecnica e il tempo decisionale) in una scommessa a perdere contro l’algoritmo. Cercano di “umanizzare il brand” mentre l’AI sta rendendo la comunicazione umana una commodity indistinguibile dal rumore. Il risultato? Un’azienda che ha i costi fissi dell’eccellenza ma la visibilità (e i margini) della mediocrità. Stanno regalando la loro unicità tecnica a un sistema che vuole solo trasformarli in un altro quadratino nel feed, utile solo a far scorrere la pagina un secondo di più.

La soluzione strategica: uscire dalla logica del “volume” e tornare al margine.

La via d’uscita non è “imparare a usare meglio il mezzo”. Non è fare un corso di prompt engineering per produrre più fuffa in meno tempo. La soluzione è un atto di intelligenza finanziaria: lo Stop-Loss Cognitivo.

Se un canale di comunicazione estrae più valore di quanto ne restituisce, quel canale va tagliato o declassato. Senza sentimentalismi. Uscire dallo Stuck in the Middle significa smettere di cercare la benedizione dell’algoritmo e tornare a guardare l’unica metrica che conta: il rapporto tra ore investite e margine generato.

Per professionisti, agenzie e aziende, la strategia di fuga si articola in tre punti radicali:

  • Dalla quantità alla verticalità radicale: Se parli a tutti per compiacere il tuo “capufficio” (l’algoritmo), finirai per non essere scelto da nessuno. Devi avere il coraggio di essere invisibile per il 99% della massa per diventare indispensabile per quell’1% che ha problemi complessi, budget alti e zero tempo da perdere sui social. La competenza vera non ha bisogno di 10.000 impression; ha bisogno di tre persone giuste che capiscano che tu sei l’unico in grado di risolvere il loro casino.
  • Dall’attività alla responsabilità: Le agenzie devono smettere di vendere “pezzi di ferro” o “ore di copy”. Se vendi un’attività che l’AI può fare, sei un morto che cammina. Devi iniziare a vendere l’architettura del sistema e la responsabilità sul risultato. Il valore non è più nel “fare”, ma nel “sapere cosa fare” in un mare di rumore generativo.
  • Spostare l’asset su terreni di proprietà: Smetti di costruire la tua cattedrale sul terreno in affitto di Microsoft o di Meta, ogni secondo speso a generare engagement su una piattaforma terza è un secondo sottratto alla costruzione dei tuoi asset: database proprietari, relazioni dirette, processi interni blindati. Il vero potere negoziale oggi è poter dire: “Io non ho bisogno dei social per fatturare”.

Il capitalismo cognitivo vince finché tu hai paura di restare indietro. Ma restare “nel mezzo” è l’unico modo sicuro per fallire lentamente.

Il mercato è saturo di fuffa, le agenzie sono nel panico e le aziende sono stanche di regalare la propria intelligenza a un feed che non ricambia.

È ora di smettere di fare gli operai per conto terzi. Riprenditi il tuo tempo, alza i tuoi margini e lascia che siano gli altri a scannarsi nella zona morta dello Stuck in the Middle, mentre cercano di capire perché i loro 100 like non si trasformano mai in un bonifico.


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