Ho fatto un corso sui dati, ma per adulti. Aperte le iscrizioni 2026.
Perché di corsi sui dati per bambini è pieno il mondo. Quelli con i grafici colorati, i data-driven mindset, le dashboard che sembrano gelaterie e le slide che parlano di decisioni informate come se bastasse premere refresh per diventare intelligenti.
Questo invece è un corso per chi non ha più voglia di farsi prendere per il culo dai numeri. Per chi legge un report e si chiede se quello che vede è un segnale o solo rumore, per chi vuole capire perché le medie mentono, perché i picchi non significano nulla e perché i test A/B non sono un atto di fede. È per chi ha capito che non serve essere data-driven, ma serve solo smettere di essere data-demented.
Io sono un matematico, laureato in matematica, e questa cosa me la porto addosso come un difetto genetico, ogni volta che vedo un grafico con troppi colori, mi viene l’orticaria.
Da vent’anni lavoro con i dati e posso dirlo senza ironia: i numeri non mentono, ma la gente sì, e spesso lo fa con grafici bellissimi.
Nel corso parlo di questo.
Non di tool, non di report, ma del modo in cui leggiamo e interpretiamo la realtà.
Si parte dalle basi: statistica descrittiva, distribuzioni, medie e mediane, correlazioni e causalità.
Si arriva a distinguere un segnale da un’anomalia, un trend da un’allucinazione.
Si impara a guardare i numeri e dire “non lo so”, che è la frase più adulta che esista.
Non è un corso tecnico, è un corso terapeutico.
Per disintossicarsi dai KPI tossici e dalla religione dell’insight a ogni costo.
È per chi lavora in azienda, nei team marketing, commerciali, strategici, per i PM che devono prendere decisioni e non possono farlo a istinto.
Non è per i data engineer o i fanatici di Power BI: loro non hanno bisogno di cultura, hanno bisogno di psichiatri.
Il corso si chiama Cultura del dato per adulti perché serve un minimo di maturità per guardare in faccia la realtà e non scappare.
Serve accettare che i numeri non salvano, non rassicurano e non fanno magie, ma servono solo a una cosa: smascherare le nostre illusioni.
È un corso che faccio in azienda, dal vivo, senza teatrini digitali.
Si parla, si ragiona, si guardano i report veri, quelli che fanno male.
Si analizzano i dati interni, si discutono i flussi, si vedono gli errori.
E si ride, tanto, perché la matematica senza ironia è una forma di tortura.
Non c’è un test finale, non ci sono slide motivazionali, non ci sono badge da appendere su LinkedIn.
Alla fine del corso non diventi data scientist, diventi solo meno fesso davanti ai numeri.
Che, se ci pensi, è già un traguardo enorme.
Le iscrizioni per il 2026 sono aperte.
Il corso non è nuovo, ma ogni anno tocca rifarlo, perché la disinformazione statistica è una malattia stagionale e servono adulti che abbiano ancora voglia di curarla.
Se pensi di esserci, tutte le informazioni sono qui
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Corso2026 – Cultura del dato per adulti
Ciao, ci vediamo lì.

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