…e altri problemi irrisolvibili.


6–9 minuti

La probabilità del successo nel marketing: bassa, molto bassa.

La probabilità del successo nel marketing: bassa, molto bassa

Il marketing come scommessa matematica (persa in partenza).

Se chiedi a un marketer quali siano le probabilità di successo della sua prossima campagna, la risposta più onesta sarebbe sempre: “basse, molto basse”.
Ma siccome siamo marketer (e la sincerità assoluta non rientra nelle nostre job description), ci rifugiamo nelle percentuali rassicuranti, nelle proiezioni elaborate, nei modelli predittivi sofisticati che promettono miracoli.

“Questa campagna ha il 78,4% di probabilità di successo”, ti diranno con sicurezza matematica. Eppure, nella realtà, quel 78,4% spesso non vale nemmeno il 10%.
Perché il marketing digitale non è roulette russa, è peggio: è una roulette dove nessuno sa con certezza quanti siano i proiettili.

La dura verità è che nel marketing tutto è probabilistico, caotico, e spesso basato su assunzioni sbagliate o incomplete.
Ci piace illuderci che basti applicare qualche formula statistica per trasformare l’incertezza in certezza, l’imprevedibilità in prevedibilità, il caos in ordine.

Ma la probabilità del successo, nel marketing, resta ostinatamente bassa.
Molto bassa.

La grande illusione: quando la statistica si trasforma in una favola digitale.

Se c’è una cosa che il marketing digitale adora, oltre agli acronimi e alle dashboard colorate, è la statistica predittiva.
In teoria, dovrebbe essere la nostra arma segreta, il sacro Graal che permette di anticipare le scelte dei clienti, prevedere le vendite, e calcolare con esattezza chirurgica la probabilità del successo.

In pratica, invece, assomiglia più a un mix tra oroscopo, tarocchi e una scommessa fatta con un dado truccato.

Ci piace immaginare che la customer journey sia prevedibile quanto il percorso di una pallina su un piano inclinato. Peccato che nella realtà assomigli più al percorso di un gatto inseguito da un cane: totalmente caotica e impossibile da modellare con precisione matematica.

Eppure, le piattaforme e i consulenti digitali continuano a vendere la favola della prevedibilità. Ti diranno che i loro algoritmi sono infallibili, che hanno modelli matematici di ultima generazione capaci di prevedere ogni mossa del cliente.

Ma c’è un piccolo dettaglio che spesso trascurano: gli esseri umani.
Gli esseri umani sono imprevedibili. Cambiano idea, si annoiano, si distraggono, sono influenzati da mille variabili che nessun modello statistico può catturare completamente.

Così, mentre le proiezioni mostrano una probabilità del 85,3% di successo, il risultato reale è un imbarazzante 5%. E tu resti lì, con un’espressione confusa e il budget dimezzato, chiedendoti cosa sia successo al restante 80,3%.

La statistica nel marketing digitale è così: una favola rassicurante che ci raccontiamo per dormire meglio la notte.
Una bellissima bugia matematica con cui ci illudiamo di controllare ciò che, per sua natura, resta incontrollabile.

Ecco perché la probabilità reale del successo, nel marketing, è sempre bassa, molto più bassa di quanto ammetteremo mai davanti a un cliente.

Quando il marketing gioca sporco con le probabilità (o come mentire senza dirlo).

Se c’è una regola non scritta nel marketing, è questa: se i numeri non ti aiutano, cambiali.
O meglio ancora: presentali in modo che sembri ti aiutino comunque.

La probabilità è un concetto matematico chiaro e semplice: se lanci una moneta, hai il 50% di possibilità che esca testa e il 50% che esca croce. Fine della storia, nessuna discussione possibile.

Nel marketing, invece, lanciamo la moneta, esce croce, e diciamo tranquillamente che “c’era una probabilità altissima che uscisse testa, ma ci sono stati fattori imprevedibili che hanno alterato il risultato”. Una scusa elegante, che fa sembrare scientifico anche il fallimento più plateale.

Ecco come manipoliamo le probabilità ogni giorno:

  • Probabilità del 95% di successo:
    …ma solo se escludi il traffico mobile, gli utenti nuovi, i mercati emergenti, e quel dettaglio minore chiamato realtà.
  • Probabilità del 75% di aumento delle conversioni:
    …ma solo se consideri il periodo in cui l’anno scorso il tuo sito era offline per manutenzione.
  • Probabilità del 85% di clic:
    …ma solo se il target è “gente che ha già comprato ieri”.

Così, trasformiamo la matematica della probabilità in una narrazione creativa, utile per convincere clienti, stakeholder e perfino noi stessi.
Non è più una scienza: è teatro numerico.

Il problema? Funziona. Funziona perché il nostro cervello preferisce la rassicurazione matematica all’incertezza della realtà. Funziona perché nessuno vuole sentire che la probabilità reale del successo è bassa, bassissima.

E così continuiamo a fare marketing con una matematica manipolata, truccata, distorta. Continuiamo a credere che basti una formula più elegante, un modello statistico più avanzato, o un algoritmo più potente per trasformare la probabilità bassa in certezza assoluta.

Ma la dura realtà resta sempre la stessa: il marketing gioca sporco con le probabilità perché, se dicesse la verità, nessuno comprerebbe più niente—tantomeno servizi di marketing digitale.

Psicologia della falsa certezza: perché crediamo a percentuali inventate

La domanda sorge spontanea: perché continuiamo a credere a percentuali di successo che sappiamo essere esagerate, manipolate, o direttamente inventate? Perché i marketer continuano ostinatamente a vendere la favola della certezza statistica, e perché clienti e aziende continuano ostinatamente a comprarla?

La risposta è semplice, ma non piace a nessuno: perché siamo esseri umani, e gli esseri umani odiano l’incertezza.

Amiamo così tanto le certezze (o l’illusione delle certezze) che preferiamo una percentuale palesemente falsa alla totale mancanza di previsioni. Dire a un cliente che la sua campagna ha una probabilità del 75% di successo—anche se quella cifra è inventata o truccata—è molto più rassicurante che ammettere sinceramente che “potrebbe andare bene come potrebbe essere un flop totale”.

Ecco perché ci aggrappiamo disperatamente ai numeri, anche quando sappiamo che quei numeri sono poco più che wishful thinking statistico. È un meccanismo psicologico potente: i numeri sembrano oggettivi, razionali, rassicuranti, e quindi ci fanno sentire al sicuro.

Nessun marketer è mai stato licenziato per aver fornito percentuali rassicuranti e ottimistiche. Al contrario, dire apertamente che la probabilità di successo reale è bassa, o incerta, significa rischiare il proprio lavoro, perdere clienti, o semplicemente sembrare incompetenti.

La falsa certezza matematica ci protegge, ci rassicura, ci permette di dormire meglio.
È una specie di sedativo numerico che prendiamo ogni giorno, sapendo perfettamente che la realtà è molto meno confortante delle nostre dashboard.

Ma a quale prezzo?

Ogni volta che scegliamo di credere a percentuali inventate, perdiamo un’occasione per affrontare davvero il problema, per capire davvero il mercato, per imparare davvero dagli errori. Perché la matematica, quella vera, serve a comprendere la realtà, non a nasconderla dietro una rassicurante facciata numerica.

La dura verità, che nessuno vuole sentirsi dire, è che non esistono percentuali di successo definitive. Non esistono modelli matematici capaci di prevedere con certezza le decisioni umane. Non esistono algoritmi capaci di eliminare completamente il rischio.

Più velocemente accetteremo questa realtà, più rapidamente potremo smettere di perdere soldi con incredibile precisione, inseguendo probabilità inventate.

Usare la matematica per quello che è (e non per quello che vorremmo fosse).

Arrivati a questo punto, il sospetto è più che legittimo: la probabilità di successo nel marketing non è solo bassa, ma molto spesso è anche mal calcolata, manipolata o del tutto inventata. E allora cosa facciamo, rinunciamo alla matematica?

Assolutamente no.

La matematica non è il problema: il problema è il modo in cui la usiamo.
Finché continueremo a usarla come una bacchetta magica per trasformare dubbi in certezze, continueremo a restare delusi. Finché la useremo per nascondere l’incertezza, continueremo a sbagliare.

La matematica nel marketing non deve servire a eliminare l’incertezza—perché non può farlo. Deve aiutarci a comprenderla, gestirla e affrontarla con consapevolezza. Deve essere uno strumento di chiarezza, non di manipolazione. Deve descrivere la realtà così com’è, non come vorremmo che fosse.

Questo richiede coraggio.
Richiede il coraggio di ammettere che non esistono certezze assolute nel marketing. Richiede il coraggio di comunicare ai clienti che la probabilità di successo non sarà mai del 100%. Richiede il coraggio di dire che ogni campagna è, in fondo, un grande esperimento basato su modelli imperfetti e su informazioni incomplete.

Se avremo questo coraggio, la matematica ci premierà.
Non con certezze, ma con una consapevolezza più profonda, più reale, più utile. Una consapevolezza che ci permetterà di smettere di inseguire percentuali fasulle e di concentrarci davvero sulle persone, sui comportamenti reali, sulle decisioni autentiche che determinano il successo o il fallimento delle nostre attività.

In altre parole, smettere di usare la matematica come un oracolo, e iniziare a usarla come una bussola. Una bussola che non indica mai una strada perfettamente certa, ma che ci aiuta comunque a orientarci meglio nel caos.

Perché, alla fine, il marketing è proprio questo: navigare l’incertezza con coraggio e consapevolezza.
La probabilità di successo non sarà mai altissima, ma se iniziamo a usare la matematica per quello che è davvero, forse smetteremo finalmente di perdere soldi con incredibile e puntuale precisione.

E forse, solo forse, impareremo a fare marketing meglio, nonostante tutto.


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