…e altri problemi irrisolvibili.


6–9 minuti

La terza fase: l’era dell’algoritmo prescrittivo

Algoritmo Prescrittivo

Le piattaforme non prevedono più il futuro. Lo determinano.

L’inganno della sfera di cristallo

C’è un equivoco di fondo che ci ha permesso di dormire sonni tranquilli per quasi due decenni, una bugia rassicurante che ci siamo raccontati mentre regalavamo la nostra vita privata in cambio di mappe gratuite e caselle email illimitate. L’equivoco è credere che la tecnologia serva a prevedere i nostri bisogni. Ci hanno venduto l’idea di un algoritmo-maggiordomo, un’entità digitale che, osservandoci con discrezione, impara i nostri gusti per servirci il caffè esattamente come piace a noi, prima ancora che lo ordiniamo. È una narrazione romantica, perfetta per i comunicati stampa della Silicon Valley, ma falsa. O meglio, è una narrazione obsoleta. Perché se è vero che la fase predittiva è esistita, oggi è solo un reperto archeologico.

Per capire dove siamo finiti, bisogna avere il coraggio di aprire i manuali di Business Intelligence, quelli che non si trovano negli scaffali della crescita personale ma nei dipartimenti di strategia delle Fortune 500. Lì, nero su bianco, l’evoluzione degli analytics non è un mistero, ma una roadmap. Si inizia con l’analisi Descrittiva (cosa è successo?), si passa a quella Predittiva (cosa potrebbe succedere?) e si arriva, inevitabilmente, alla vetta della catena alimentare: l’analisi Prescrittiva. E attenzione alle parole, perché nel business le parole sono contratti. Secondo la definizione standard fornita da Gartner o IBM, l’analisi prescrittiva non si limita a forecast e proiezioni. Il suo scopo dichiarato è rispondere alla domanda: “Cosa dobbiamo fare affinché succeda quello che vogliamo noi?”.

Per chi ancora pensasse che sia un’esagerazione retorica, ecco la scala evolutiva del controllo, spogliata da ogni marketing:

  • Livello 1: Descrittivo (Hindsight)
    • La domanda: Cosa è successo?
    • Il ruolo dell’utente: Soggetto attivo.
    • Il ruolo dell’algoritmo: Osservatore passivo.
    • L’esito: Informazione.
  • Livello 2: Predittivo (Insight)
    • La domanda: Cosa succederà?
    • Il ruolo dell’utente: Soggetto influenzabile.
    • Il ruolo dell’algoritmo: Consigliere invadente.
    • L’esito: Probabilità.
  • Livello 3: Prescrittivo (Foresight)
    • La domanda: Come lo facciamo succedere?
    • Il ruolo dell’utente: Oggetto da ottimizzare.
    • Il ruolo dell’algoritmo: Esecutore decisionale.
    • L’esito: Sottomissione.

Leggetela bene, quella terza domanda. Non c’è traccia dell’utente. Non c’è traccia dei vostri desideri. C’è solo un obiettivo aziendale (il risultato) e il calcolo delle azioni necessarie per forzare la realtà ad allinearsi a quell’obiettivo. Quando Shoshana Zuboff, nel suo fondamentale Il capitalismo della sorveglianza, parlava di potere strumentario, intendeva esattamente questo: la capacità non di sorvegliare per conoscere, ma di agire per modificare. Siamo passati dalla meteorologia all’ingegneria climatica. Un algoritmo predittivo è come un meteorologo che ti dice “probabilmente pioverà, prendi l’ombrello”. Un algoritmo prescrittivo è un sistema che fa piovere perché vende ombrelli.

Non siamo di fronte a un complotto, ma alla più banale e spietata applicazione del metodo scientifico al comportamento umano. B.J. Fogg, fondatore del Persuasive Tech Lab alla Stanford University, ha codificato anni fa la Captologia (Computers As Persuasive Technologies), trasformando la persuasione da arte retorica a scienza computazionale. Se l’algoritmo oggi vi mostra quel video specifico, non è perché “pensa che vi piacerà”. È perché ha calcolato, con la precisione di un cecchino, che quello stimolo visivo innescherà la scarica dopaminica necessaria a tenervi incollati allo schermo per altri dodici minuti, aumentando la probabilità di conversione dello 0,4%. Non è magia, è meccanica. E in questo ingranaggio, il vostro libero arbitrio non è una variabile sacra, è un attrito, un bug di sistema che la fase prescrittiva ha finalmente corretto.

Il design dell’inevitabile

Se la fase prescrittiva è l’obiettivo, la psicologia comportamentale è l’arma. Per capire come le piattaforme riescano a imporre il futuro anziché prevederlo, dobbiamo abbandonare l’idea che la coercizione richieda la forza. Nel digitale, la coercizione è invisibile perché è disegnata per sembrare una scelta, o meglio, un gioco. Il meccanismo su cui si regge l’intera infrastruttura non è stato inventato nella Silicon Valley, ma in un laboratorio di Harvard negli anni ’30, quando B.F. Skinner scoprì che per controllare il comportamento di un essere vivente non serve punirlo, basta premiarlo in modo imprevedibile. È il principio del rinforzo intermittente (o variabile), lo stesso che tiene incollati i giocatori d’azzardo alle slot machine.

Se volete vedere questo principio applicato con brutalità industriale, non serve andare a Las Vegas. Basta scaricare Temu. Avete notato che la barra di ricerca è quasi sparita? Non è un errore di design, è il manifesto dell’era prescrittiva. Temu non vuole che cerchiate qualcosa (un atto intenzionale, predittivo, noioso); vuole che giriate la ruota. L’app non è costruita come un catalogo, ma come un casinò: sconti a tempo che scadono mentre li guardi, premi misteriosi, notifiche di urgenza artificiale. Temu non vende prodotti, vende scariche di dopamina a basso costo. Hanno eliminato l’intenzione d’acquisto (la vostra volontà) e l’hanno sostituita con l’induzione d’acquisto (la loro prescrizione).

Quando scorrete il feed di un social o girate la ruota di un marketplace gamificato, state partecipando al più grande esperimento di condizionamento operante della storia. Il gesto di trascinare il dito verso il basso non è un’interazione funzionale; è la leva della slot machine. Le piattaforme non devono costringervi a restare; hanno hackerato il vostro sistema limbico affinché non riusciate ad andarvene. Come ha denunciato Tristan Harris, ex design ethicist di Google e fondatore del Center for Humane Technology, le interfacce non sono neutrali: sono progettate per sfruttare le vulnerabilità psicologiche umane in una “corsa al ribasso verso il tronco encefalico”.

Ma la dipendenza è solo il primo passo. Una volta catturata l’attenzione, entra in gioco l’Architettura delle Scelte. Qui la scienza di riferimento è quella dei premi Nobel Richard Thaler e Cass Sunstein, teorici del Nudge. Un nudge è una “spinta gentile” che altera il comportamento senza vietare nulla. Le piattaforme digitali hanno militarizzato questo concetto. L’algoritmo prescrittivo costruisce intorno a noi un ambiente in cui l’azione desiderata dall’azienda è l’unica via a bassa resistenza, mentre tutte le alternative sono nascoste dietro barriere di attrito cognitivo. Non vi stanno obbligando a comprare quel gadget inutile; hanno solo reso l’acquisto incredibilmente facile e il non-acquisto incredibilmente faticoso. Siete liberi di uscire dal casinò, certo. Ma non troverete mai la porta, perché l’architetto che ha disegnato l’edificio ha deciso che dovete restare dentro a girare la ruota.

L’eutanasia della volontà

Se accettiamo la premessa che l’algoritmo prescrittivo non è un oracolo ma un regista, dobbiamo anche accettare la conseguenza logica sul nostro ruolo: non siamo più il pubblico, siamo le comparse. E il copione prevede che la nostra capacità di giudizio venga progressivamente atrofizzata. È quello che gli esperti chiamano “Automation Bias”: la tendenza a favorire i suggerimenti di un sistema automatizzato rispetto alle informazioni contraddittorie non automatizzate, anche se corrette. Pensate a quante volte avete seguito ciecamente il navigatore GPS ignorando i cartelli stradali, fino a trovarvi imbottigliati. Quella è la versione benigna. La versione maligna è quando smettete di cercare informazioni politiche, sanitarie o commerciali perché il feed ve le serve già predigerite, eliminando la fatica della verifica.

Il trionfo della fase prescrittiva segna la fine del pensiero critico come competenza di massa. Perché pensare costa energia, è un attrito cognitivo, e l’obiettivo supremo delle piattaforme è la frictionless experience, l’esperienza senza attrito. Ma l’attrito è l’unica cosa che ci rende umani. Il dubbio, l’esitazione, il confronto tra fonti diverse: sono tutte inefficienze che il sistema lavora instancabilmente per limare via. Un utente che pensa è un utente che non clicca abbastanza velocemente. Un utente che valuta è un rallentamento nel funnel di conversione. Il consumatore perfetto dell’era prescrittiva è un soggetto lobotomizzato dalla comodità, che accetta la raccomandazione d’acquisto con la stessa docilità con cui un paziente accetta una terapia, convinto che sia per il suo bene, mentre è solo per il bene del bilancio trimestrale della piattaforma.

Non c’è un lieto fine in questa storia, e non aspettatevi la solita chiusa motivazionale su come “riprendere il controllo”. Non potete battere un sistema che ha più potenza di calcolo del vostro cervello e più dati sulla vostra vita di vostra madre. Potete però fare l’unica cosa che un algoritmo non sa fare: essere consapevoli del trucco. Smettete di chiamarla “personalizzazione”. Smettete di credere che quel contenuto sia lì per voi. Guardate lo schermo e riconoscete la gabbia dorata che vi hanno costruito intorno. La fase prescrittiva vince quando crediamo di essere liberi. Perde, anche solo per un istante, quando ci rendiamo conto di essere solo un ingranaggio che deve girare. La prossima volta che il feed vi mette davanti esattamente quello che volevate, non ringraziate. Domandatevi perché loro volevano che voi lo voleste proprio ora.


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