…e altri problemi irrisolvibili.


3–5 minuti

Il lavoro serio non è inclusivo

Il lavoro serio non è inclusivo

Il lavoro serio non è inclusivo e non lo è mai stato, non perché manchi di rispetto o perché rifiuti la dimensione umana, ma perché risponde a una logica completamente diversa da quella sociale. L’inclusione è un valore civile, sacrosanto, che riguarda la dignità delle persone. Il lavoro, invece, è un sistema che deve produrre risultati sotto vincoli di tempo, costo e responsabilità. Quando si confondono questi due piani, non si diventa più giusti, si diventa solo inefficaci.

Negli ultimi anni il digitale ha adottato un linguaggio rassicurante che parla di partecipazione, condivisione, decisioni collettive e responsabilità diffuse, come se il coinvolgimento emotivo potesse sostituire la competenza e come se l’assenza di gerarchie fosse automaticamente sinonimo di maturità.
Nella pratica succede l’opposto, più si cerca di includere tutti in ogni decisione, più le decisioni diventano lente, ambigue e deboli; più si pretende che tutte le opinioni abbiano lo stesso peso, più diventa impossibile distinguere ciò che è utile da ciò che è solo rumore.

Il lavoro serio funziona solo quando esistono ruoli chiari e asimmetrie accettate. Non tutte le persone sono nella posizione di decidere, non tutte hanno le stesse informazioni, non tutte portano lo stesso livello di rischio. Fingere che sia così non è equità, è autoinganno. In un progetto complesso qualcuno deve assumersi il peso della decisione, qualcuno deve rispondere delle conseguenze e qualcun altro deve eseguire sapendo che quella scelta non è stata presa per consenso, ma per competenza e responsabilità.

L’idea che il lavoro debba essere inclusivo ha prodotto un effetto collaterale che pochi hanno il coraggio di nominare, ha reso intoccabile la mediocrità. Ogni tentativo di selezionare, di alzare l’asticella o di riconoscere che non tutti contribuiscono allo stesso modo viene vissuto come un attacco personale. Il risultato è che chi lavora davvero finisce per compensare chi non è all’altezza, mentre chi non è all’altezza trova rifugio in processi collettivi che diluiscono qualsiasi responsabilità individuale.

Nel marketing, nella consulenza e nel project management questo meccanismo è ormai strutturale. Riunioni infinite per non escludere nessuno, documenti scritti per non scontentare nessuno, decisioni rimandate per non esporsi mai fino in fondo. Poi arrivano i ritardi, i risultati mediocri, i progetti che si trascinano senza direzione e ci si chiede dove sia il problema. Il problema non è la complessità, è l’incapacità di accettare che il lavoro non è un esercizio di democrazia emotiva.

Il lavoro serio richiede attrito; richiede di accettare che qualcuno ne sappia più di te e che, in certi momenti, la sua opinione conti più della tua; richiede di rinunciare all’illusione di essere sempre parte del centro decisionale e di accettare che il proprio contributo possa essere limitato, circoscritto o addirittura messo in discussione. Non è una mancanza di rispetto, è una forma di onestà organizzativa.

Questa impostazione non piace perché toglie comfort; non piace ai clienti che vogliono sentirsi ascoltati anche quando non hanno gli strumenti per valutare le scelte; non piace ai professionisti che vogliono partecipare senza esporsi; non piace alle aziende che parlano di empowerment ma non tollerano davvero la competenza che mette in crisi l’assetto esistente.
Eppure è l’unica impostazione che permette di fare lavoro che regga nel tempo.

Guardando al 2026, questa distinzione diventerà ancora più netta. I progetti saranno più complessi, i margini più sottili e l’errore più costoso. Non ci sarà più spazio per chi partecipa per principio o per chi pretende inclusione senza responsabilità. Ci sarà spazio solo per chi contribuisce davvero, per chi sa decidere, per chi accetta che il lavoro non è un luogo in cui sentirsi validati, ma un luogo in cui produrre valore.

Io so già come lavorerò nel 2026. Lavorerò con clienti pronti ad accettare che non tutto è negoziabile, con team che riconoscono che la competenza pesa più della presenza e con progetti in cui le responsabilità non sono distribuite per gentilezza, ma assegnate per capacità. Non perché sia più giusto, ma perché è l’unico modo che funziona.

Il lavoro serio non è inclusivo, è selettivo, esigente e strutturato ed è proprio per questo che, quando funziona, non lascia spazio a illusioni, ma solo a risultati.

Mi fermo qui per le feste.
Questo è l’ultimo articolo dell’anno.
Riprenderò a scrivere nel 2026, come sempre di martedì, a partire dal 13 gennaio.

Nel frattempo, chi ha voglia di lavorare sul serio sa dove trovarmi.
Gli altri possono continuare a raccontarsela.

Buone feste 🎅🏼


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